Scatti al collodio

Alla fine degli anni ’40 dell’800, in Francia e in Inghilterra si definì una nuova era per la fotografia. Quasi contemporaneamente, Frederick Scott Archer e Gustave Le Gray inventarono il procedimento del collodio umido su vetro. Il collodio, una miscela di nitrato di cellulosa con aggiunta di etere ed alcol, era appena stata scoperta ed utilizzata per scopi militari e medici. I negativi ottenuti a partire da sali d’argento dispersi nel legante collodio restituiscono un’immagine finale estremamente fine ricca in dettaglio. Grazie all’intuizione di Louis Désiré Blanquart-Evrard, nel 1850, fu possibile realizzare anche immagini “positive”. Egli notò infatti che i negativi sottoesposti e sovrasviluppati, se posti su un fondo nero, potevano essere letti come positivi, per via della tonalità finale dell’argento metallico ridotto. Nel giro di pochi anni, il collodio divenne il procedimento principe per la ritrattistica e la rapidità di realizzazione lo hanno reso una sorta di Polaroid ante litteram. Gli atelier fotografici e i fotografi ambulanti si moltiplicarono, ritraendo una società in fase di cambiamento e la nascente borghesia. Il carro del fotografo, in viaggio per le piazze di città, così come per le campagne, fra fiere e mercati, portava con sé una vera e propria camera oscura, con tutte le chimiche necessarie. I supporti in vetro, troppo delicati per la ritrattistica in viaggio, furono sostituiti con supporti in ferro verniciati con bitume, in modo tale da avere direttamente un’immagine positiva senza necessità di montaggi su fondi neri o di verniciature, a parte la finitura protettiva che riveste l’immagine argentica.

L’ambrotipia (supporto vetro) e la ferrotipia (supporto ferro) sono rimaste popolari fino agli anni ’30 del ‘900, soprattutto negli U.S.A.
Il processo del collodio umido è tornato in auge a partire dagli anni ’80 del ‘900, in ambito artistico. Le imperfezioni, i difetti intrinseci della tecnica restituiscono immagini evocative, di sapore ottocentesco, romantico, come ben testimoniano gli scatti di Sally Mann, che ha fatto di “comete” e “buchi di sviluppo” e della “serendipity” del collodio la sua cifra artistica.

In Piazza grande si ripeterà la magia del collodio umido su lastra di vetro usando banchi ottici di legno di varia forma e misura; magia che è sempre emozionante come fosse la prima volta.

Curatore dell’attivià
Fotonomia Firenze e Enrico Borgogni

 

Bagni di intonazione, o di viraggio

Una stampa argentica può essere sottoposta a trattamenti chimici allo scopo di modificare (virare) i toni della stessa dal bianco nero più o meno neutro di partenza in una scala monocromatica di toni seppia, marroni o di altri colori. I bagni di intonazione si possono dividere in due categorie:
Viraggi diretti: La stampa è sottoposta ad un unico trattamento chimico che agisce direttamente sull’argento della stampa.
Viraggi a due bagni: La stampa è sottoposta ad un procedimento di sbianca e ad un successivo risviluppo che sostituisce l’argento metallico della stampa con un diverso componente chimico, tipicamente il sale metallico presente nel bagno di risviluppo.

Cercheremo di sperimentare entrambi i procedimenti, il classico viraggio seppia per solforazione diretta e uno a sbianca e risviluppo. Quest’ultimo è soggetto alla disponibilità delle sostanze chimiche necessarie. Nessuna di queste sostanze infatti può dirsi innocua; dovremo quindi prendere le opportune precauzioni per garantire la massima sicurezza e il rispetto per l’ambiente.

Curatore dell’attivià
Carlo Braschi

 

Polvere di carta

Marialuna oltre ad esporre materiale dove è possibile vedere le varie fasi di realizzazione della sua carta fotografica fatta a mano coinvolgerà i passanti nello sperimentare in diretta con le proprie mani la realizzazione di uno o più fogli di carta.

Curatore dell’attività
Marialuna Storti